Mentre i ricercatori si chiedono perché gli AI agent mentono, il Pentagono sta provando a fare il contrario: usare l’AI per capire quando mentono gli esseri umani. Nella richiesta di bilancio 2027 del Dipartimento della Difesa statunitense ci sono 30,3 milioni di dollari in cinque anni per una nuova macchina della verità, pensata per funzionare anche a distanza, senza sensori attaccati al corpo. Ne ha scritto MIT Technology Review il 25 settembre 2026. Negli stessi documenti di bilancio l’agenzia che la gestirà ammette che il poligrafo usato oggi è datato e vulnerabile alle contromisure, cioè ai trucchi di chi sa come ingannarlo. È l’ultimo capitolo di una ricerca antica quanto la bugia. L’oggetto più famoso della serie, peraltro, è un tombino.
Il Pentagono vuole una macchina della verità con l’AI
Il programma si chiama Polygraph+, o Polygraph Next, ed è gestito dalla Defense Counterintelligence and Security Agency, l’agenzia che fa i controlli di sicurezza sul personale con accesso a informazioni riservate. Secondo il documento di bilancio punta su sensori a distanza, algoritmi di AI per interpretare i dati e strumenti di supporto alle decisioni. Nel marzo 2024 la Defense Innovation Unit, la struttura che porta nel Pentagono tecnologie commerciali, aveva già annunciato la scelta di due aziende per costruire i prototipi. Presage rileva i segnali del corpo con normali telecamere; Altec lavora sul monitoraggio dei segnali biologici.
Di lavoro ce n’è. Gli esaminatori federali formati e controllati dall’agenzia fanno più di 106.000 test all’anno tra selezione del personale, operazioni e indagini. E la cronaca ha appena fornito un caso di scuola. Quest’estate, secondo il New York Times e CBS News, diverse decine di alti ufficiali sono stati sottoposti al poligrafo dopo alcune fughe di notizie sulle scorte di armamenti. Le fonti di CBS riferiscono che nessuno ha fallito le domande sulla fuga di notizie. Resta da capire se sia una buona notizia per gli ufficiali o una cattiva notizia per il poligrafo.
Prima delle macchine, le bocche
A Roma, nel portico della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, c’è un disco di marmo di circa 1,80 metri di diametro con un volto barbuto, gli occhi, il naso e la bocca forati. Secondo il sito turistico del Comune era probabilmente un tombino di età romana, e sta lì dal 1632. La leggenda medievale dice che morde la mano di chi mente. Lo usavano, si racconta, i mariti gelosi per mettere alla prova le mogli.
Le leggende collegate alla Bocca della Verità sono fantasiose quanto l’oggetto. In una delle più note, una moglie accusata di adulterio fa travestire l’amante da pazzo, si fa baciare da lui davanti a tutti e poi giura, senza mentire, che nessun uomo l’ha mai toccata tranne il marito e quel pazzo. La mano esce intatta. C’è poi un’ironia più sottile. Il testo medievale che molti indicano come la prima menzione della Bocca, i Mirabilia Urbis Romae del XII secolo, in realtà non la nomina: parla di un tempio di Fauno presso “Santa Maria in Fontana”, la cui statua parlò all’imperatore Giuliano e lo ingannò. Il collegamento con la Bocca è un’ipotesi posteriore. Se l’ipotesi fosse giusta, la prima bocca della verità della storia sarebbe stata una statua bugiarda.
Il resto del mondo l’ha conosciuta nel 1953 con Vacanze romane. Gregory Peck infila la mano nella Bocca e finge di averla persa, Audrey Hepburn urla. Secondo il racconto più diffuso, che risale allo stesso Peck, la gag non era nel copione: Peck prese in prestito un vecchio numero del comico Red Skelton, avvisò il regista William Wyler e non disse nulla alla collega. L’urlo di Hepburn è autentico. Davanti alla Bocca della Verità, l’unica cosa vera della scena era lo spavento.
A Venezia le bocche servivano a un’altra cosa. Dalla fine del Cinquecento, lungo il percorso di Palazzo Ducale, le “bocche di leone” raccoglievano denunce anonime di reati e corruzione. Erano bocche per le accuse, e la Serenissima se ne fidava con cautela: già nel Trecento il Consiglio dei Dieci aveva stabilito che le accuse senza firma andassero bruciate. Più tardi le accettò per i reati contro lo Stato, ma solo con il voto di quattro quinti del Consiglio.
Ordalie: il giudizio di Dio, con qualche aiuto
Nel Medioevo europeo la verità si cercava con l’ordalia. L’accusato doveva immergere la mano nell’acqua bollente, reggere un ferro rovente o essere calato nell’acqua fredda, e l’esito rivelava il giudizio divino. Nel 1215 il IV Concilio Lateranense vietò ai sacerdoti di benedire queste prove. Il divieto non le aboliva formalmente, ma senza la benedizione del clero le ordalie persero la loro ragion d’essere e sparirono gradualmente.
Un economista americano, Peter Leeson, nel 2012 ha proposto un’altra lettura. Se tutti credevano nel giudizio di Dio, ad accettare la prova erano soprattutto gli innocenti, mentre i colpevoli preferivano confessare. E i sacerdoti, sapendolo, potevano regolare la prova perché gli innocenti la superassero. È un’ipotesi, non una certezza storica, ma contiene un’idea che torna più avanti: certi strumenti funzionano soprattutto perché la gente crede che funzionino.
Si legge spesso anche di un’antica prova cinese: il sospettato teneva in bocca del riso secco, e se restava asciutto era colpevole perché la paura blocca la saliva. La storia è ripetuta ovunque, ma nessuna fonte antica verificabile la conferma. Nei testi giuridici dell’India antica esiste invece davvero una prova del riso, tra le ordalie elencate dalla Nārada Smṛti. Per una storia sulla macchina della verità, una leggenda senza fonte è quasi un omaggio.
Da Lombroso a Wonder Woman, nasce il poligrafo
La versione scientifica della ricerca comincia in Italia. Cesare Lombroso usava il pletismografo, uno strumento che registra le variazioni del volume di sangue nella mano, per valutare gli accusati. Nel gennaio 1902 a Torino scomparve una bambina di sei anni. Due mesi dopo fu trovata morta nella cantina del palazzo dove viveva, e tra gli arrestati c’era un cocchiere di nome Tosetti. Secondo il racconto della figlia, Lombroso lo esaminò con i criteri della sua antropologia criminale e concluse che non aveva i tratti del “criminale nato”, una teoria oggi del tutto screditata. Poi, per avere una prova in più, usò il pletismografo: davanti alla foto della vittima la curva non ebbe sbalzi. Pochi mesi dopo, un’altra aggressione nello stesso palazzo portò al vero colpevole, che confessò. Il verdetto si rivelò giusto. Il metodo che lo aveva prodotto, molto meno.
Negli Stati Uniti William Moulton Marston, laureato in legge ad Harvard e poi dottore di ricerca in psicologia, mise a punto un test basato sulla pressione sistolica. Nel 1923, nel caso Frye contro Stati Uniti, la corte d’appello federale di Washington confermò che la sua perizia su un imputato di omicidio non poteva entrare nel processo: una tecnica scientifica, stabilirono i giudici, deve aver ottenuto un consenso generale nel suo campo prima di arrivare in un’aula. Quel criterio, il “Frye standard”, è stato il riferimento dei tribunali federali americani fino al 1993, e in alcuni Stati lo è ancora. Marston intanto cambiò mestiere, almeno in parte: alla fine del 1941 debuttò la sua Wonder Woman. Il lazo magico dell’eroina viene spesso collegato alle sue ricerche sulla menzogna. Nelle storie scritte da Marston, però, costringeva chi ne era legato a obbedire. Il potere di far dire la verità glielo hanno dato altri autori, anni dopo. La storica Jill Lepore lo ha descritto come “un uomo dalle mille vite e dalle mille bugie”.
La macchina vera e propria nacque nel 1921 a Berkeley. John Larson, entrato in polizia l’anno prima come primo agente americano con un dottorato, costruì uno strumento che registrava insieme polso, respiro e pressione del sangue. Leonarde Keeler ne brevettò una versione migliorata nel 1931. Larson col tempo si preoccupò sempre di più di errori e abusi, finì per diventare psichiatra e definì la sua invenzione il proprio “mostro di Frankenstein”. L’originale del 1921 oggi è conservato alla Smithsonian.
Cosa misura davvero, e perché sbaglia
Il poligrafo non rileva le bugie. Misura l’agitazione: pressione, battito, respiro, sudorazione della pelle. L’idea è che chi mente si agiti di più su certe domande. Il problema è che ci si agita anche per la paura di non essere creduti, o per il semplice imbarazzo di trovarsi collegati a una macchina. E non esiste un segnale fisico che accompagni tutte le bugie di tutte le persone. “Il naso di Pinocchio non esiste ancora”, ha detto a MIT Technology Review Sophie van der Zee, che studia l’inganno all’Università Erasmus di Rotterdam.
Le valutazioni indipendenti vanno tutte nella stessa direzione. Nel 1983 l’Office of Technology Assessment, l’ufficio del Congresso americano che valutava le tecnologie, concluse che il poligrafo individua l’inganno meglio del caso, ma con margini di errore significativi, e che la sua validità per selezionare il personale non era dimostrata. Lo studio era stato chiesto da una commissione della Camera, e nello stesso periodo l’amministrazione Reagan, con una direttiva sulla sicurezza nazionale, estendeva l’uso del poligrafo anche alla caccia a chi passava notizie ai giornali. Oltre quarant’anni dopo, con gli ufficiali interrogati per le fughe di notizie, il copione si ripete. Nel 2003 il National Research Council, l’organo di consulenza scientifica delle accademie americane, scrisse che nei test su un singolo episodio il poligrafo distingue chi mente “ben al di sopra del caso, ma ben al di sotto della perfezione”. E fece un esempio diventato famoso: 10.000 dipendenti, tra cui 10 spie, e un test più preciso di quanto le ricerche disponibili permettano di aspettarsi.
| Come si regola il test | Persone bocciate | Di cui innocenti | Spie scoperte | Spie sfuggite |
|---|---|---|---|---|
| Per scoprire più spie | 1.606 | 1.598 | 8 | 2 |
| Per ridurre i falsi allarmi | 41 | 39 | 2 | 8 |
Per i controlli di sicurezza sul personale, concluse il rapporto, il poligrafo impone una scelta inaccettabile: troppi dipendenti leali giudicati bugiardi, oppure troppe minacce vere lasciate passare. Per confronto, una meta-analisi del 2006 di Charles Bond e Bella DePaulo, che mette insieme 206 ricerche e quasi 24.500 persone, ha misurato quanto siamo bravi a riconoscere le bugie senza strumenti: indoviniamo nel 54% dei casi, appena meglio di una moneta. L’American Polygraph Association, l’associazione degli esaminatori, rivendica un’accuratezza dell’87%, a cui si aggiunge un 13% di test che non danno una risposta netta.
Come si inganna una macchina della verità
“Se sai come funziona, puoi batterla”, aggiunge van der Zee. Le contromisure sono note da decenni: provocarsi un piccolo dolore o un’agitazione controllata durante le domande di controllo, quelle generiche che l’esaminatore usa come termine di paragone, in modo che le reazioni alle domande decisive non spicchino. Lo stesso National Research Council le considera una minaccia potenzialmente seria.
Poi ci sono i casi celebri. Aldrich Ames, l’agente della CIA che vendeva segreti al KGB, superò il poligrafo nel 1986, poco prima di partire per Roma, e di nuovo nel 1991. Non usò trucchi: il KGB gli aveva consigliato soltanto di rilassarsi. Nel 1986 lo strumento registrò perfino una reazione sospetta, ma l’esaminatore si accontentò delle sue spiegazioni. Al secondo test, secondo il rapporto del Senato americano, il KGB gli aveva già pagato più di 1,8 milioni di dollari. Gary Ridgway, il serial killer del Green River, superò un poligrafo nel 1984 e anni dopo si dichiarò colpevole di 48 omicidi.
Sul fronte opposto ci sono gli innocenti bocciati, che fanno meno notizia. Nel 1978, in Ohio, Floyd Fay fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del titolare di un negozio dopo aver fallito due poligrafi con cui sperava di dimostrare la sua innocenza. Passò due anni e mezzo in carcere prima che un avvocato d’ufficio trovasse il complice che fece i nomi dei veri colpevoli. Per molti studiosi la vera forza dello strumento sta altrove: spinge a confessare chi crede che la macchina sappia già tutto. Proprio come, secondo Leeson, le ordalie.
L’AI cambia qualcosa?
L’idea di affidare la verità a un algoritmo non è nuova, e i precedenti non sono incoraggianti. Tra il 2016 e il 2019 l’Unione europea ha finanziato con circa 4,5 milioni di euro iBorderCtrl, un progetto che sottoponeva i viaggiatori a un’intervista con un avatar capace, nelle intenzioni, di cogliere le bugie dalle espressioni del volto. La sperimentazione in Ungheria, Lettonia e Grecia si è chiusa nel 2019. L’accuratezza dichiarata era del 75%, misurata su 32 persone. Una giornalista di The Intercept ha fatto il test al confine tra Serbia e Ungheria rispondendo sinceramente a tutte le 16 domande. Il sistema ne ha giudicate false 4 e ha suggerito controlli supplementari, che poi non sono stati fatti.
Negli Stati Uniti è andata così anche per la risonanza magnetica funzionale, l’esame che mostra quali aree del cervello si attivano. Nel 2012 una corte d’appello federale ha confermato la condanna per frode sanitaria di Lorne Semrau, titolare di due società di assistenza psichiatrica, e l’esclusione della sua prova a discarico: tre scansioni cerebrali. La prima diceva “sincero”, la seconda “bugiardo”, la terza di nuovo “sincero”. Per giustificare il terzo esame, l’esperto della difesa aveva scritto che un verdetto “bugiardo” su chi si dichiara sincero è attendibile solo nel 6% dei casi. Del verdetto “sincero”, nella stessa perizia, diceva che era accurato al 100%. I giudici hanno parlato di una ripetizione “al meglio dei tre”, e il magistrato che aveva valutato la prova si era chiesto se una quarta scansione lo avrebbe trovato di nuovo bugiardo.
Il limite di fondo non dipende dalla tecnologia. Per insegnare a un algoritmo a riconoscere le bugie servono molti esempi di bugie certe, e nella vita reale non ci sono. Anche avendo tutti i risultati dei poligrafi del mondo, ha detto a MIT Technology Review la giurista Marion Oswald, non si sa quali siano giusti. Un’AI addestrata su quegli archivi imparerebbe anche i loro errori. Una revisione del 2023 su 81 studi di apprendimento automatico (machine learning) per il riconoscimento dell’inganno riporta accuratezze tra il 51 e il 100%, misurate per lo più su dati di laboratorio, perché i casi reali con una verità accertata sono pochi. Kyri Kotsoglou, che studia il poligrafo nei sistemi giudiziari alla Northumbria University, definisce l’unione tra poligrafo e AI “il peggio dei due mondi”. E c’è un effetto collaterale misurato. In un esperimento pubblicato nel 2024, le persone che chiedevano a un algoritmo se qualcuno stava mentendo seguivano il suo verdetto di bugia nell’85% dei casi, anche se l’algoritmo aveva ragione solo due volte su tre.
Cosa dice la legge, dall’Italia agli Stati Uniti
Nel processo penale italiano la macchina della verità non entra. L’articolo 188 del codice di procedura penale vieta metodi o tecniche capaci di influire sulla libertà di autodeterminazione o di alterare la capacità di ricordare e valutare i fatti, “neppure con il consenso della persona interessata”. Secondo i commentatori il divieto comprende anche la macchina della verità, insieme a ipnosi e narcoanalisi: i suoi risultati non possono diventare prove, qualunque cosa ne pensi l’interessato. Per ora, insomma, l’unica macchina della verità ammessa in Italia è un tombino di Santa Maria in Cosmedin.
In Europa c’è anche l’AI Act. Dal 2 febbraio 2025 vieta, sul posto di lavoro e negli istituti di istruzione, i sistemi di AI che deducono le emozioni delle persone da dati biometrici come volto, voce o segnali del corpo, salvo motivi medici o di sicurezza. Una macchina della verità che legge lo stress sul viso di un dipendente ci ricade con ogni probabilità; una che analizza solo testi scritti no, perché non usa dati biometrici. I sistemi di AI usati come poligrafi o strumenti simili dalle forze dell’ordine e ai controlli di frontiera non sono vietati dal regolamento: dove la legge europea o nazionale ne consente l’uso, sono classificati ad alto rischio e soggetti a obblighi precisi. Il regolamento non si applica invece ai sistemi usati esclusivamente per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale: un Polygraph+ europeo riservato alla difesa non ne sarebbe toccato, uno usato anche dalla polizia sì.
Negli Stati Uniti l’Employee Polygraph Protection Act del 1988 vieta alla maggior parte dei datori di lavoro privati di chiedere il test a dipendenti e candidati. Le amministrazioni pubbliche sono esenti, Pentagono compreso.
In sintesi
Il poligrafo misura l’agitazione del corpo e da lì deduce la bugia. Secondo le valutazioni più autorevoli ci riesce meglio del caso ma lontano dalla perfezione. Usato per selezionare il personale produce molti falsi allarmi e lascia passare chi conosce i trucchi. L’AI promette sensori a distanza e letture più rapide, ma non risolve il problema di fondo: non esiste un segnale universale della bugia, e mancano esempi certi da cui imparare. Come le ordalie, almeno secondo una teoria, il poligrafo funziona soprattutto come deterrente: spinge a confessare chi crede che la macchina sappia già tutto. In Italia i suoi risultati non valgono come prova in un processo penale, e in Europa l’AI che deduce le emozioni da volto, voce o corpo è vietata al lavoro e a scuola.
Fonti: MIT Technology Review, 25 settembre 2026; Dipartimento della Difesa, richiesta di bilancio 2027 della DCSA (ricerca e sviluppo) e bilancio operativo; Defense Innovation Unit, marzo 2024; CBS News, 5 settembre 2026; Turismo Roma sulla Bocca della Verità; Mirabilia Urbis Romae; Palazzo Ducale di Venezia e Conoscere Venezia sulle denunce segrete; IV Concilio Lateranense, canone 18; P. Leeson, Ordeals, Journal of Law and Economics (2012); G. Lombroso-Ferrero, Criminal Man (1911); Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law sul caso Frye; J. Lepore, Smithsonian Magazine su Marston e Wonder Woman; Association for Psychological Science; Smithsonian Magazine su John Larson e National Museum of American History; CBR sulle origini del lazo; Office of Technology Assessment, rapporto del 1983; National Research Council, The Polygraph and Lie Detection (2003); C. Bond e B. DePaulo, Accuracy of Deception Judgments (2006); American Polygraph Association; Senato degli Stati Uniti, rapporto sul caso Ames (1994); Seattle Times sul caso Ridgway; CORDIS su iBorderCtrl e The Intercept, 2019; United States v. Semrau (2012); UPI sul caso Floyd Fay (1980); Constâncio e altri, PLOS ONE (2023); von Schenk e altri, iScience (2024); art. 188 c.p.p.; AI Act, articolo 5, articolo 2 e allegato III; U.S. Department of Labor, Employee Polygraph Protection Act. Verificate il 25 settembre 2026.